Dott.ssa Maria Grazia Abbamonte

"Psicologa Psicoterapeuta Dottore di Ricerca in Scienze dell'Educazione"

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…cara mamma

non chiedermi se vado bene a scuola

ma chiedimi se mi piace la vita

e se sono felice di viverla…

(dal diario di Arianna)

 

A proposito di chi va bene a scuola

 

     Siamo abituati a confrontarci sul disagio, sulle difficoltà di apprendimento, sui comportamenti iperattivi o disturbanti dei nuovi bambini e nuovi adolescenti che abitano le nostre scuole. Siamo abituati a riflettere per cercare di individuare le soluzioni migliori e più opportune possibili nella formazione delle classi, nella scelta del corpo docente, nelle segnalazioni dei casi difficili, ci impegniamo nel lavoro dei consigli di classe, nel rapporto con le famiglie, nelle nuove forme di didattica. I nostri sforzi comuni di pianificazione e organizzazione del lavoro scolastico sono, la maggior parte delle volte, fortemente influenzati dai problemi, dalle difficoltà, soprattutto quelle più evidenti, più disturbanti.  

     Oltre a ciò, attualmente ci troviamo sempre più spesso a cogliere e osservare anche altro. Davanti a noi, altri aspetti diventano più evidenti nel lavoro scolastico, elementi diversi acquistano importanza, e ciò che prima rimaneva sullo sfondo lentamente si fa nitido e chiaro ai nostri occhi.

Interessati e consapevoli del nostro ruolo, oggi poniamo lo stesso sguardo, in classe, sia sull’alunno più debole sia su quello più dotato, vale a dire abbracciamo con uno sguardo univoco sia chi eccelle e chi va bene a scuola, sia chi fa fatica ad arrivare alla sufficienza, alla promozione. I ragazzi sono tutti uguali ai nostri occhi, ma di fatto non lo sono….dato che ogni giorno ci troviamo di fronte a resistenze, rifiuti, mutismi, provocazioni e così, inevitabilmente, l’attenzione va a focalizzarsi giorno dopo giorno sul ragazzo “che crea problemi” o “che ha problemi”, sull’aspetto più complesso, meno fluido del lavoro in classe, trovandoci molte volte   nostro malgrado a dare per scontato tutto il resto, che comunque fila liscio, che comunque va da sé.

     E così, continuiamo a pensare, come si diceva un tempo, che alcuni sono portati per la scuola e altri no, che comunque non partendo tutti dalle stesse basi – dopo gli otto anni di materna ed elementare – non si può fare più di tanto nella scuola media, che in teoria tutti sappiamo quanto sarebbe importante applicare metodi più individualizzati per ottenere un miglior rendimento, ma non è così che si può insegnare nella realtà attuale…, e così via. Scoraggiàti, corriamo il rischio di tornare ai vecchi luoghi comuni che credevamo non ci appartenessero più.

     Dunque, in molte occasioni, i ragazzi più bravi a scuola, quelli che non sono mai fonte di ostacolo o di situazioni difficili da affrontare in classe, di fatto sono i meno ascoltati, forse i meno conosciuti. Hanno buone capacità intuitive e cognitive, eccellono in alcune materie, prendono regolarmente buoni voti, non hanno bisogno né di sostegno né di aiuto, né di maggiore attenzione da parte del docente. I loro interventi e il loro profitto diventa anzi una conferma del nostro buon operato e della nostra efficienza come educatori. Solo ogni tanto, se qualcuno ce lo fa notare e se loro stessi, ad esempio, ce lo raccontano, ci accorgiamo di un eventuale disagio, fatica, sofferenza in loro.

 

 

Il caso di Arianna

 

     Arianna è un’alunna di terza media, una bella ragazza educata e preparata, di solito capace di assorbire bene i cambiamenti che talvolta si verificano nel corso dell’anno scolastico, i professori che si avvicendano perché un collega se ne va, alcune care compagne che cambiano scuola, i genitori che stanno per separarsi… La sua è una delle tante ottime scuole medie di Roma e del suo quartiere, il suo rendimento è tra i più alti, tra il sette e il nove, e la sua condotta solitamente è lodevole, ottimale.

Ai genitori non vengono mai riferiti problemi scolastici, e tutto sembra sempre andare liscio come l’olio.  Arianna, in pratica, è una di quegli alunni che a scuola vanno da soli. Ma ultimamente, il suo carattere riservato appare sempre più taciturno, Arianna è sempre meno pronta a giocare e stare allo scherzo, nell’ora di ricreazione non mangia come le altre compagne e rimane spesso da sola, in classe, o in corridoio. Qualche volta avvicina un’insegnante per chiedere qualche chiarimento, ma lo fa in disparte, non davanti agli altri, come se cercasse un incontro personale. Qualcuno comincia a notarla: l’insegnante di educazione fisica, per il suo costante rifiuto a coinvolgersi in palestra e nelle gare scolastiche, l’insegnante di lettere per la qualità più sbiadita dei suoi scritti. In effetti, ad uno sguardo più attento, Arianna sembra progressivamente spenta, più assente, meno attenta, meno disponibile, senza tuttavia manifestare cambiamenti nel rendimento.   Si pensa ai problemi familiari, ad una sofferenza sicuramente collegata alla situazione poco serena dei genitori. Comunque Arianna è preparata e va bene a scuola e dunque non rientra tra i casi preoccupanti, non rappresenta una delle priorità in questo senso.

Dopo vari scambi di opinioni e una riunione tra colleghi, il caso di Arianna viene maggiormente messo a fuoco e, oltre a decidere di attivare un maggiore impegno nei suoi confronti, si pensa di indirizzarla allo sportello d’ascolto. Vediamo bene come questo invio sia preceduto da una seria osservazione-valutazione del singolo e del gruppo insegnante coinvolto, fase questa assolutamente preziosa nel compito di un docente che abbia fiducia nella possibilità di lavorare in squadra, a scuola. Anche dal punto di vista di chi conduce uno sportello d’ascolto, questa formula è l’unica possibile per ottenere i massimi risultati da tutte le professionalità coinvolte, oltre a creare di per sé un clima coordinato positivo e accogliente per gli alunni e per i genitori.

     Il caso di Arianna è stato seguito allo sportello sul piano psicologico, offrendole un supporto emotivo in un momento davvero particolare della sua vita che, pur togliendole serenità, non andava a compromettere eccessivamente il suo profitto scolastico.   Nel corso dei colloqui, sono emerse più palesemente le motivazioni del suo isolarsi, del suo progressivo spegnersi in classe. Durante le lezioni, Arianna scriveva sul suo diario: “cara mamma, non chiedermi se vado bene a scuola, ma chiedimi se mi piace la vita se sono felice di viverla se mi dispiace che tu e papà vi separate, ma dovete proprio farlo?!…” e ancora “mamma, guardami, non sono più la stessa, chi sto diventando? sono piena di paure, tu no?”, e più avanti “penso di non farcela, penso di farvi del male, penso che tutti i tuoi problemi dipendono da me e non da papà o da Alice… mentre scrivo la parola mamma piango perché ho paura che ti sto facendo soffrire troppo”…   A volte, ci dimentichiamo di parlare con i nostri figli il linguaggio più semplice, quello dei sentimenti e delle emozioni. A volte, nel corso della loro crescita, perdiamo il contatto con la tenerezza di quando erano bambini, e impostiamo con loro rapporti basati soprattutto sul senso del dovere e sul fare, dimenticando che l’autostima si nutre anche di amore e incoraggiamento. E così, a volte non spieghiamo loro abbastanza quello che ci sta succedendo, quello che realmente ci fa soffrire e i motivi di quello che realmente stiamo scegliendo per la nostra vita e per loro. Arianna era stanca, stremata dal trattenere dentro di sé emozioni e sensi di colpa che la stavano tormentando, togliendole gioia, spensieratezza, cominciava a reagire negativamente, iniziava a confrontarsi con le altre ragazze e a dirigersi verso l’anoressia. Era, se vogliamo, già al suo inizio, viveva la sua profonda crisi in modo nascosto, rispettoso, silenzioso, e ciò diventava sempre più pericoloso per lei. L’ascolto della sua tematica interiore in quel preciso momento è stato davvero fondamentale, poiché ha permesso di sciogliere in lei una tristezza e un senso di colpa che dall’esterno erano appena visibili.

     In seguito, Arianna ha manifestato gratitudine sia verso le sue insegnanti che verso di me, mentre dall’esterno si è visto un graduale rientrare della ragazza nella vita di classe e una maggiore apertura verso i compagni. Il lavoro riservato allo sportello era diventato per lei un’occasione di sfogo, ma anche di comprensione di se stessa.

Lo sportello d’ascolto è una risorsa a scuola, sia per i ragazzi che per insegnanti e genitori, ma credo che un grande supporto possa venire comunque dall’attenzione del docente verso il ragazzo e dalla sua capacità di vederlo chiaramente e accettarlo nella sua realtà, com’è accaduto nel caso di Arianna.

 

Tutto ciò aveva confermato a tutti noi quanto fosse stato importante l’intervento delicato ma efficiente delle sue insegnanti. E’ proprio questo che intendo qui sottolineare: l’assoluta importanza di uno sguardo imparziale e completo dell’insegnante di fronte alle sue classi, pronto a notare elementi di eventuale squilibrio affettivo-relazionale nei ragazzi e nelle ragazze anche al di là del rendimento, pur senza coinvolgersi troppo, rimanendo all’interno del proprio ruolo docente. L’osservazione, la valutazione e la segnalazione (allo sportello oppure ai colleghi e ai genitori dell’alunno) sono già un grosso intervento che, a mio parere, rientra nei limiti di ruolo, senza sconfinare nel vero e proprio counseling, dato il contesto primariamente educativo oltre che didattico della scuola dell’obbligo. Inoltre, come sappiamo, ogni nostra osservazione e comprensione della realtà in cui viviamo influenza e cambia il nostro comportamento, e la nostra visione di quella stessa realtà: è proprio lo spostamento del focus che conduce a questo. Così tale intervento di osservazione, valutazione e segnalazione, giorno dopo giorno modifica già di per sé l’atteggiamento verso l’alunno: nel caso di Arianna, ad esempio, ciò ha fatto sì che le insegnanti potessero sviluppare e manifestare verso di lei una nuova più adeguata sensibilità educativa.

 

 

 

 

 

 

 

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